Orlando furioso : canto decimoquinto ; Dichiarazioni al canto decimoquinto

Teljes szövegt

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St. 92, ν. 1.— Giace in Arabia. Anche Ovidio, Metam., XI : Est prope Gymerios tango spelunca reeessu ecc. Ma forse 1" Ariosto nel descrivere la casa del Sonno imitò più dap- presso la descrizione che ne fece Stazio nel lib. I della sna Tebaide.

St. 101, v. 3. — I sacri busti. Da' latini era chiamato Buslum quel luogo dove s'ardevano i cadaveri. Il poeta qui osò tal parola per cadavere, a modo di Virgilio nei libro XI, v. 201 dell'Eneide.

St. 104, v. 3. — La riviera : la Senna, che divide in due parti Parigi.

St. 106, v. 4. — Con scannafossi dentro e casematte, so- no lavori sotterranei a difesa delle città e fortezze.

St. 109, v. 1-4. — Come assalire ecc. La comparazione è fatta d'Omero : Hite μνιάων άδινάων tdvta πολλά, — «Γ te xatà ςαθ-μόν ποιμνήϊον η/.άσχονβιν — ωρ g ¿ν eia ρί- νη, ore te γ/.άγος ayyea dever — 1066οι ini Tpo'ieoot xa- ρηxnμόωvteς .'Αχαιοί — iv nedio ιΰταντο, διαρραϊδαι μίμαώτις. Canto Π, ν. 469-473.

St. 109, ν. 4. — Impronte, voce latina, che vale importune.

St. Ili, v. 4. — Spaldi, sono sporti ο ballatoi che si facevano in cima alle mura ο alle torri.

St. 118, v. 4. — Finge il poeta che Rodomonte fosse disceso da Nembrot.

St. 120, v. 4. — Malica, luogo acquitrinoso e paludale sulla sinistra del Po di Volano, poco lunge dal mare e co-

pioso di cignali. Questo passo è imitato da Virgilio, Aen., IX : - Ut fera, quae densa venantum septa corona Cantra tela fu- rti, seseque haud vescia morti Injicit, et saltu eupra vena- buia fertur.

St. 121, v. 2. — Bertesche, specie di riparo o casotto di legno, che si fa sulle torri tra l'un merlo e 1' altro o alle porte delle città mettendovi una cateratta, accomodata a due perni, per modo che si possa secondo il bisogno

de' combattenti alzare e abbassare. . St. 122, v. 3-4. — Di là dove discende ecc. Qui vuoisi

significare l'Olanda.

St. 123, v. 5-6. — Intendi : i primi due furono fiamminghi, gli altri Normanni. . .

St. 124, v. 3. — Non adora il secondo altro che 'l vino. Cosi Petr. nel Son. CVI, aveva detto : Ed ha fatto suoi Dei, Non Giove e Palla, ma Venere e Bacco.

St. 125, v. 3. — Torse, cioè Tours, città di Francia nella Turrena, ora dipartimento d'Idra e Loira.

Ivi, t>. 4. — Mand&r lo spirto ecc. Così Virgilio, Aen., II, v. 532 : Ac multo vitam cum sanguine fudit; e X, 487 : Una eademque via sangttis animusque sequunlur; e IX, 414:

Volvilur illa vomens calidum de pectore fiumcn.

St. 133, v. 3-4. — Iperbole, che ad un tempo meglio dipinge all'immaginazione l'altezza di quella fiamma, e ci ricorda l'opinione degli antichi, che dicevano la luna essere il più umido de' pianeti.

CANTO DECIIHOCTCINTO*

ARGOMENTO.

Mentre che '1 re Marsilio e '1 re Agramante Danno a Parigi aspra battaglia e dura, Da Logistilla, avendo un libro avante, Astolfo parte, ed ha scorta sicura.

Tira alla rete sua Caligorante, La vita a Orril, tagliando i crini, fura.

Ritrova Sansonetto : indi Grifone Ha della donna sua nuove non buone.

Fa il vincer sempre mai landabil cosa, Vincasi o per fortnna o per ingegno ; , Gli è ver che la vittoria sanguinosa

Spesso far suole il capitan men degno;

E quella eternamente è gloriosa, E dei divini onori arriva al segno,

Quando, servando i suoi senza alcun danno,

·, Sì fa che gl'inimici in rotta vanno.

La vostra, Signor mio, fu degna loda, Quando al Leone, in mar tanto feroce, Ch'avea occupata 1'una e l'altra proda Del Po, da Francolin sin alla foce, Faceste sì, eh' ancorché ruggir 1' oda, 8 ' io vedrò voi, non tremerò alla voce.

Come vincer si de' ne dimostraste;

. Ch' uccideste i nemici, e noi salvaste.

Qaesto il pagan, troppo in suo danno audace, Non seppe f a r ; chè i suoi nel fosso spinse, Dove la fiamma subita e vorace

Non perdonò ad alcun, ma tutti estiuse.

A tanti non saria stato capace

Tatto il gran fosso ; ma il foco restrinse, Restrinse i corpi, e in polve li ridusse, Acciò eh' abile a tutti il luogo fusse.

Undici mila ed otto sopra venti Si ritrovar nell'affocata buca, Che v' erano discesi malcontenti ; Ma così volle il poco saggio duca.

Quivi fra tanto lume or sono spenti, E la vorace fiamma li manuca ; E Rodomonte causa del mal loro, Se ne va esente da tanto martoro ; Chè tra' nemici alla ripa più interna

Era passato d' un mirabil salto.

Se con gli altri scendea nella caverna, Questo era ben il fin d' ogni suo assalto.

Rivolge gli occhi a quella valle inferna ; E quando vede il fuoco andar tant' alto, E di sua gente il pianto ode e lo strido, Bestemmia il ciel con spaventoso grido.

Intanto il re Agramante mosso avea Impetuoso assalto ad una p o r t a ; Chè, mentre la crude! battaglia ardea Quivi, ove è tanta gente afflitta e morta, Quella sprovvista forse esser credea Di guardia ebe bastasse alla sua scorta.

Seco era il re d' Arzilla Bambirago, E Baliverzo, d' ogni vizio vago ;

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CANTO DECIMO QUINTO.

E Corineo di Mulga, e Prusione, Il ricco re dell' isole beate ; Malabuferso, che la regione Tien di Fizan sotto continua estate ; Altri signori, ed altre assai persone Esperte nella guerra e bene armate;

E molti ancor senza valore e nudi, Che '1 cor non s' armeria» con mille scudi.

Trovò tutto il contrario al suo pensiero In questa parte il re de' Saraciai : Perchè in persona il capo dell' impero V' era, re Carlo, e de' suoi paladini, Re Salamone ed il danese Uggiero, Ed ambo i Guidi ed ambo gli Angelini, E '1 duca di Baviera e Gancllone, E Berlingier e Avolio e Avino e Otone.

Gente infinita poi di minor conto

De' Franchi, de' Tedeschi e de' Lombardi, Presente il suo signor, ciascuno pronto A farsi riputar fra i più gagliardi.

Di questo altrove io vo' rendervi conto ; Ch' ad un gran duca è forza eh' io riguardi, 11 qual mi grida, e di lontano accenna, E priega eh' io noi lasci nella penna.

Gli è tempo eli' io ritorni ove lasciai 10 L' avventuroso Astolfo d'Inghilterra,

Che '1 lungo esilio avendo in odio ormai, Di desiderio ardea della sua t e r r a ; Come gli n' avea data pur assai Speme colei eh' Alcina vinse in guerra.

Ella di rimandarvelo avea cura Per la via più espedita e più sicura.

E cosi una galea fu apparecchiata, 11 Di che miglior mai non solcò marina :

E perchè ha dubbio pur tutta fiata, Che non gli turbi il suo viaggio Alcina, Vuol Logistilla che con forte armata Andronica ne vada e Sofrosina, Tanto che nel mar d' Arabi, o nel golfo De' Persi giunga a salvamento Astolfo.

Più tosto vuol che volteggiando rada 1 2 Gli Sciti e gl'Indi e i regni nabatei,

E torni poi per così lunga strada A ritrovare i Persi e gli Eritrei ; Che per quel boreal pelago vada, Che turban sempre iniqui venti e rei, E sì qualche stagion pover di sole, Che starne senza alcuni mesi suole.

La Fata, poi che vide acconcio il tutto, 13 Diede licenzia al duca di partire,

Avendol prima ammaestrato e instrutto Di cose assai, che fora lungo a d i r e ; E per schivar che non sia più ridutto Per arte maga, onde non possa uscire, Un bello ed util libro gli avea dato,

Che per suo amore avesse ognora a Iato.

Come 1' uom riparar debba agi' incanti 14 Mostra il libretto cho costei gli diede:

Dove ne tratta o più dietro o più innanti, Per rubrica e per indice si vede.

Un altro don gli fece ancor, che quanti Doni fur mai, di gran vantaggio eccede;

E queslo fu d' orribil suono un corno, Che fa fuggire ognun che l ' o d e intorno.

Dico che '1 corno è di sì orribil suono, 15 Ch' ovunque s' oda, fa fuggir la gente.

Non può trovarsi al mondo uu cor sì buono, Che possa non fuggir come lo sente.

Rumor di vento e di tremuoto, e '1 tuono, Al par del suon di questo, ora niente.

Con molto riferir di grazie, prese Dalla Fata licenzia il buono Inglese.

Lasciando il porto e l ' o n d e più tranquille, 16 Con felice aura eh' alia poppa spira,

Sopra le ricche e popolose ville Dell'odorifera India il duca gira, Scoprendo a destra ed a sinistra mille Isole sparse : e tanto va, che mira La terra di Tommaso, onde il nocchiero Più a tramontana poi volge il sentiero.

Quasi radendo l ' a u r e a Chorsonesso, 17 La beila armata il gran pelago f r a n g e :

E costeggiando i ricchi liti, spesso Vede come nel mar biancheggi il Gange;

E Taprobane vede, e Cori appresso;

E vede il mar che fra i duo liti s' auge.

Dopo gran via furo a Cochino, e quindi Uscirò fuor dei termini degl' Indi.

Scorrendo il duca il mar con sì fedele 18 E sì sicura scorta, intender vuole,

E ne domanda Andronica, se delle Parti c' han nome dal cader del sole, Mai legno alcun, che vada a remi e a vele, Nel mare orientale apparir suole;

E s' andar può senza toccar mai terra,

Chi d ' I n d i a scioglia, in Francia o in Inghilterra.

Tu dei sapere, Andronica risponde, 19 Che d' ogn' intorno il mar la terra abbraccia;

E van 1' una nell' altra tutte 1' onde, Sia dove bolle o dove il mar s'agghiaccia.

Ma perchè qui davante si diffonde, E sotto il mezzodì molto si caccia La terra d' Etiopia, alcuno ha detto Ch' a Nettuno ir più innanzi ivi è interdetto.

Per questo dal nostro indico levante 2 0 Nave non è che per Europa scioglia.;

Nè si muove d' Europa navigante Ch' in queste nostre parti arrivar voglia.

II ritrovarsi questa terra ovante, E questi e quelli al ritornare invoglia ; Che credono, veggendofa sì lunga, Che con 1' altro emisperio si coDgiunga.

Ma, volgendosi gli anni, io veggio uscire 2 1 Dall' estreme contrade di Ponente

Novi Argonauti e novi Tifi, e aprire La strada ignota infin al dì presente:

Altri volteggiar 1' Africa, e seguire Tanto la costa della negra gente, Che passino quel segno onde ritorno Fa il sole a noi, lasciando il capricorno ;

E ritrovar del lungo tratto il fine, 2 2 Che questo fa parer dui mar diversi:

E' scorrer tutti i liti e le vicine Isole d ' I n d i , d' Arabi e di Persi :

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Altri lasciar le destre e le mancine Rive, che due per opra erculea fersi;

E del sole imitando il cammin tondo, Ritrovar nove terre e novo mondo.

Veggio la Santa Croce, e veggio i segni 23 Imperiai nel verde lito eretti :

Veggio altri a guardia dei battati legni, Altri all' acquisto del paese eletti ; Veggio da diece cacciar mille, e i regni Di là dall' India ad Aragon saggetti ; E veggio i capitan di Carlo Quinto, Dovunque vanno, aver per tutto vinto.

Dio vuol ch'ascosa antiqnamente questa 2 4 Strada sia stata, e ancor gran tempo stia;

Nè che prima si sappia, che la sesta E la settima età passata sia : E serba a farla al tempo manifesta, Che vorrà porre il mondo a monarchia Sotto il più saggio imperatore e giusto, Che sia stato o sarà mai dopo Augosto.

Del sangue d' Austria e d' Aragona io veggio 2 5 Nascer sai Reno alla sinistra riva

Un principe, al valor del qual pareggio Nessun valor, di cui si parli o scriva.

Astrea veggio per lui riposta in seggio, Anzi morta ritornata viva;

E le virtù che cacciò il mondo, quando Lei cacciò ancora, uscir per lui di bando.

Per questi merti la Bontà suprema - 2 6 Non solamente di quel grande impero

Ha disegnato eh' abbia diadema,

Ch'ebbe Angusto, Traian, Marco e Severo;

Ma d' ogni terra e quinci e quindi estrema, Che mai nè al sol nè all' anno apre il sentiero ; E vuol che sotto a questo imperatore

Solo un ovile sia, solo un pastore.

E perch' abbian più facile successo 27 Gli ordini in cielo eternamente scritti,

Gli pon la somma Prowidenzia appresso In mare e in terra capitani invitti.

Veggio Ernando Cortese, il qnale ha messo Nuove città sotto i cesarei editti,

E regni in oriente sì remoti,

Ch' a noi, che siamo in India, non son noti.

Veggio Prosper Colonna, e di Pescara 2 8 Veggio un marchese, e veggio dopo loro

Un giovene del Vasto, che fan cara Parer la bella Italia ai gigli d' oro : Veggio eh' entrare innanzi si prepara Quel terzo agli altri a guadagnar l'alloro;

Come buon corridor eh' ultimo lassa

Le mosse, e giunge, e innanzi a tutti passa.

Veggio tanto il valor, veggio la fede 29 Tanta d'Alfonso (chè 'I suo nome è questo),

Ch' in così acerba età, che non eccede Dopo il vigesimo anno ancora il sesto, L'imperator 1' esercito gli crede ;

Il qual salvando, salvar non che 'I resto, Ma farsi tutto il mondo ubbidiente . Con questo capitan sarà possente.

Come con questi, ovunque andar per terra 30 Si possa, accrescerà l'imperio antico ;

Così per tatto il mar eh' in mezzo serra Di là I' Eòropa, e di qua 1' Afro aprico, Sarà vittorioso in ogni guerra,

Poi eh' Andrea Doria s'avrà fatto amico.

Qaesto è quel Doria che fa dai pirati ' Sicuro il vostro mar per tutti i lati.

Non fu Pompeio a par di costui degno, 3 1 Se ben vinse e cacciò tatti i corsari;

Però che quelli al più possente regno Che fossa mai, non poteano esser pari ; Ma qaesto Doria sol col proprio ingegno E proprie forze purgherà quei mari;

Sì che da Calpe al Nilo, ovunqne s ' o d a II nome suo, tremar veggio ogni proda.

Sotto la fede entrar, sotto la scorta 3 2 Di questo capitan di ch'io, ti parlo,

Veggio in Italia, ove da lui porta Gli sarà aperta, alla corona Carlo.

Veggio che '1 premio che di ciò riporta, Non tien per sè, ma fa alla patria darlo : Con prieghi ottien eh' in libertà la metta, Dove altri a sè 1' avria forse suggetta.

Questa pietà, eh' egli alla patria mostra, 3 3 È degna di più onor d' ogni battaglia

Ch' in Francia o in Spagna o nella terra vostra Vincesse Giulio, o in Africa o in Tessaglia.

Nè il grande Ottavio, nè chi seco giostra Di par, Antonio in più onoranza saglia Pei gesti suoi; ch'ogni lor laude ammorza L'avere usato alla lor patria forza.

Questi ed ogni altro che la patria tenta 3 4 Di libera far serva, si arrossisca,

Nè dove il nome d'Andrea Doria senta, Di levar gli occhi in viso d'uomo ardisca.

Veggio Carlo che '1 premio gli augumenta ; Ch' oltre quel ch'in comun vuol che fruisca, Gli dà la ricca terra eh' ai Normandi Sarà principio a farli in Puglia grandi.

A questo capitan non pur cortese 3 5 11 magnanimo Carlo ha da mostrarsi,

Ma a quanti avrà nelle cesaree imprese Del sangue lor non ritrovati scarsi.

D' aver città, d'aver tutto un paese Donato a un suo fedel, più rallegrarsi Lo veggio, e a tutti quei che ne son degni, Che d' acquistar nnov' altri imperi e regni.

Così delle vittorie, le quai, poi 3 6 Ch' un gran numero d' anni sarà corso,

Daranno a Carlo i capitani suoi, Facea col duca Andronica discorso:

E la compagna intanto ai venti eoi Viene allentando e raccogliendo il morso ; E fa eh' or questo or quel propizio 1' esce ; E, come vuol, li minuisce e cresce.

Veduto aveano intanto il mar de' Persi Come in sì largo spazio si dilaghi ; Onde vicini in pochi giorni fersi Al golfo che nomar gli antiqui maghi.

Quivi pigliaro il porto, e fur conversi Con la poppa alla ripa i legni vaghi ; Quindi, sicur d' Alcina e di sua guerra, Astolfo il suo cammin prese per terra.

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CANTO DECIMOQUINTO.

Passò per piò d'un campo e più d'un bosco, 3 8 Per più d ' u n monte e per più d ' u n a valle,

Ov' ebbe spesso, all' aer chiaro e al fosco, I ladroni or innanzi or alle spalle.

Vide leoni, e draghi pien di tosco, Ed altre fere attraversargli il calle ; Bla non sì tosto avea la bocca al corno, Che spaventati gli fuggian d'intorno.

Vien per l'Arabia eh' è detta Felice, 39 Ricca di mirra e d' odorato incenso,

Che per suo albergo 1' unica fenice Eletto s' ha di tutto il mondo immenso;

Finché 1' onda trovò vendicatrice Già d'Israel, che per divin consenso Faraone sommerse e tutti i suoi : . E poi venne alla terra degli eroi.

Lungo il (lume Traiano egli cavalca 4 0 Su quel destrier eh' al mondo è senza pare,

Che tanto leggermente è corre e valca, Che nell' arena 1' orma non n' appare : L' erba non pur, non pur la neve calca ; Coi piedi asciutti andar potria sul mare:

E sì si stende al corso e sì s' affretta, Che passa e vènto e folgore e saetta.

Questo è il destrier che fu dell' Argalia, 4 1 Che di fiamma e di vento era concetto ;

E, senza fieno e biada, si nutria Dell' aria pura, e Rabicau fu detto.

Venne, seguendo il duca la sua via, Dove dà il Nilo a quel fiume ricetto ; E prima che giugnesse in su la foce, Vide un legno venire e sè veloce.

Naviga in su la poppa uno eremita 4 2 Con bianca barba, a mezzo il petto lunga,

Che sopra il legno il paladino invita;

E : figliuol mio (gli grida dalla lunga), Se non t' è in odio la tua propria vita, Se non brami che morte oggi ti giunga, Venir ti piaccia su quest' altra arena ; . Ch' a morir quella via dritto ti mena.

Tu non andrai più che sei miglia innante, 4 3 Che troverai la sanguinosa stanza,

Dove s' alberga un orribil gigante Che d'otto piedi ogni statura avanza.

Non abbia cavalier nò viandante Di partirsi da lui, vivo, speranza :

Ch' altri il crudel ne scanna, altri ne scuoia ; Molti ne squarta, e vivo alcun ne 'ngoia.

Piacer, fra tanta crudeltà, si prende 4 4 D' una rete eh' egli ha, molto ben fatta :

Poco lontana al tetto suo la tende, E nella trita' polve in modo appiatta, Che chi prima noi sa, non la comprende ; Tanto è sottil, tanto egli ben 1' adatta : E con tai gridi i peregrin minaccia, Che spaventati dentro ve li caccia.

E con gran risa, avviluppati in quella 4 5 Se li strascina sotto il suo coperto ;

Nè cavalier riguarda nè donzella, 0 sia di grande o sia di picciol merto : E mangiata la carne, e le cervella

Succhiate e 'I sàngue, dà l'ossa al deserto ;

E dell' umane pelli intorno intorno Fa il suo palazzo orribilmente adorno.

Prendi quest' altra via, prendila, figlio, Che fino al mar ti fia tutta sicura.

Io ti ringrazio, padre, del consiglio, Rispose il cavalier senza paura ; Ma non istimo per 1' onor periglio Di eh' assai più che della vita ho cura.

Per far eh' io passi invan tu parli meco;

Anzi vo al dritto a ritrovar lo speco.

Fuggendo, posso con disnor salvarmi, Ma tal salute ho più che morte a schivo.

S ' i o vi vo, al peggio che potrà incontrarmi, Fra molti resterò di vita privo;

Ma quando Dio così mi drizzi l'armi, Che colui morto, ed io rimanga vivo, Sicura a mille renderò la via;

Sì che 1' util maggior che '1 danno fia.

Metto all'incontro la morte d ' u n solo Alla salute di gente infinita.

Vattene in pace, rispose, figliuolo ; Dio mandi in difension della tua vita L' arcangelo Michel dal sommo polo : E benedillo il semplice eremita.

Astolfo lungo il Nil tenne la strada, Sperando più nel suon, che nella spada.

Giace tra 1' alto fiume e la palude Picciol seatier nell' arenosa riva : La solitaria casa lo richiude, D' umanitade e di commercio priva.

Son fìsse intorno teste e membra nude Dell' infelice gente che v' arriva.

Non v'è finestra, non v ' è merlo alcuno, Onde penderne almen non si veggia uno.

Qual nello alpine ville o ne' castelli

Suol cacciator che gran perigli ha scorsi, Su le porte attaccar l'irsute pelli, L' orride zampe e i grossi capi d'orsi ; Tal dimostrava il fier gigante quelli Che di maggior virtù gli erano occorsi.

D'altri infiniti sparse appaion l'ossa;

Et è di sangue uman piena ogni fossa.

Stassi Caligorante in su la porta

(Chè così ha nome il dispietato mostro) Ch' orna la sua magion di gente morta, Come alcun suol di panni d ' o r o o d' ostro.

Costui per gaudio a pena si comporta, Come il duca lontan se gli è dimostro : Ch' eran duo mesi e il terzo ne venia, Che non fu cavalier per quella via.

Vèr la palude eh' era scura e folta Di verdi canne, in gran fretta ne viene, Chè disegnato avea correre in volta, E uscire al paladin dietro alle schiene;

Chè nella rete, che tenea sepolta Sotto la polve, di cacciarlo ha spene, Come avea fatto gli altri peregrini, Che quivi tratto avean lor rei destini.

Come venire il paladin lo vede,

Ferma il destrier, non senza gran sospetto Che vada in quelli lacci a dar del piede, Di che il buon vecchiarel gli avea predetto.

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Quivi il soccorso del suo corno chiede;

E quel, sonando, fa F usato effetto ; Nel cor fere il gigante, che 1' ascolta, Di tal timor, eh' addietro i passi volta.

Astolfo suona, e tuttavolta bada ;

Chè gli par sempre che la rete scocohi.

Fugge il fellon, nè vede ove si vada ; Chè, come il core, avea perduti gli occhi.

Tanta è la tema, che non sa far strada, Che ne' suoi propri aggnnti non trabocchi : Va nella rete ; e quella si disserra, Tutto I' annoda e lo distende io terra.

Astolfo, eh' andar giù vede il gran peso, Già sienro per sè, v' accorre in fretta;

E con la spada in man, d'arcion disceso, Va per far di mill' anime vendetta.

Poi gli par che, s'uccide un che sia preso, Viltà più che virtù ne sarà detta ;

Chè legate le braccia, i piedi e il collo Gli vede sì, che non può dare un crollo.

Avea la rete già fatta Vulcano

Di sottil fil d' acciar ; ma con tal arte, Che saria stata ogni fatica in vano Per ¡smagliarne la più debil parte:

Ed era quella che già piedi e mano Avea legate a Venere ed a Marte.

La fe' il geloso, e non ad altro effetto, Che per pigliarli insieme ambi nel Ietto.

Mercurio al fabbro poi la rote invola, Chè Cloride pigliar con essa vuole, Cloride bella che per 1' aria vola Dietro all' aurora all' apparir del sole, E dal raccolto lembo della stola Gigli spargendo va, rose e viole.

Mercurio tanto questa ninfa attese, Che con la rete in aria un dì la prese.

Dov' entra in mare il gran fiume Etiópo, Par che la Dea presa volando fosse : Poi nel tempio d' Anubide a Canopo La rete molti secoli serbosse.

Caligorante tre mila anni dopo, Di là, dove era sacra, la rimosse;

Se ne portò la rete il ladron empio,

Ed arso la cittade, e rubo il tempio. • Quivi adattolla in modo in su F arena,

Che lutti quei eh' avean da lui la caccia, Vi davan dentro; ed era tocca appena, Che lor legava e collo e piedi e braccia.

Di questa levò Astolfo una catena, E le man dietro a quel fellon n' allaccia : Le braccia e '1 petto in guisa gli ne fascia, ' Che non può sciorsi : indi levar lo lascia, Dagli altri nodi avendo! sciolto prima;

Ch' era tornato oman più che donzella.

Di trarlo seco, e di mostrarlo stima Per ville, per citladi e per castella.

Vuol la rete anco aver, di che nè lima Nè martel fece mai cosa più bella : Ne fa somier colui, eh' alla catena Con pompa trionfai dietro si mena.

L' elmo e lo scudo anco a portar gli diede, Come a valletto, e seguitò il cammino,

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Di gaudio empiendo, ovunque metta il piede, Ch' ir possa ormai sicuro il peregrino.

Astolfo se ne va tanto, che vede Ch' ai sepolcri di Memfi è già vicino, Memfi per le piramidi famoso :

Vede all' incontro il Cairo popoloso.

Tatto il popol correndo si traea Per vedere il gigante smisurato.

Come è possibil, F un 1' altro dicea, Che quel piccolo il grande abbia legato ? Astolfo appena innanzi andar potea, Tanto la calca il preme da ogni lato : E come cavalier d' alto valore

Ognun l'ammira, e gli fa grande onore.

Non era grande il Cairo così allora, Come se ne ragiona a nostra etade:

Chè 'I popolo capir, che vi dimora, Non puon diciotto mila gran contrade ; E che le case hanno tre palchi, e ancora Ne dormono infiniti in su le strade ; E che T soldano v' abita un castello Mirabil di grandezzate ricco e b e l l o ;

E che quindici mila suoi vassalli, . Che son cristiani rinnegati tutti,

Con mogli, con famiglie e con cavalli Ha sotto un tetto sol quivi ridutti.

Astolfo veder vuole ove s' avvalli, E quanto il Nilo entri nei salsi flutti A Damiata ; eli' avea quivi inteso, Qualunque passa restar morto o preso.

Però eh' in ripa al Nilo in su la foce Si ripara un ladron dentro una torre, Ch' a' paesani e a' peregrin nuoce, E fin al Cairo, ognun rubando, scorre.

Non gli può alcun resistere; ed ha voce, Che l'uom gli cerca in van la vita tórre.

Cento mila ferite egli ha già avuto;

Nè ucciderlo però mai s' è potuto.

Per veder se può far rompere il filo Alla Parca di lui, sì che non viva, Astolfo viene a ritrovare Orrilo (Così avea nome), e a Damiata arriva;

Et indi passa ov' entra in mare il Nilo, E vede la gran torre in su la riva, j

Dove s'alberga l'anima incantata, Che d' un folletto nacque e d ' u n a fata.

Quivi ritrova che crudel battaglia Era tra Orrilo e dui guerrieri accesa.

Orrilo è solo ; e si quo' dui travaglia, Ch' a gran fatica gli puon far difesa : E quanto in arme 1' uno e l'altro vaglia, A tutto il mondo la fama palesa.

Questi erano i dui figli d'Oliviero, Grifone il bianco, ed Aquilante il nero.

Gli è ver che '1 necromante venuto era Alla battaglia con vantaggio g r a n d e ; Chè seco tratto in campo avea una fera, La qual si trova solo in quelle bande : Vive sul lito, e dentro alla riviera;

E i corpi umani son le SHO vivande, Delle persone misere ed incaute Di viandanti e d'infelici naute.

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109·- La bestia nell' arena appresso al porto 69

Per man dei duo fratei morta giacea;

E per questo ad Orril non si fa torto, S ' a un tempo l ' u n o e l'altro gli nocea.

Più volte l'han smembrato, e non mai morto;

Nò, per smembrarlo, uccider si potea:

Chè se tagliato o mano o gamba gli era, La rappiccava che parea di cera.

Or fin a' denti il capo gli divide 70 Grifone, or Aquilante fin al petto :

Egli dei colpi lor sempre si ride ; S' adiran essi, chè non hanno effetto.

Chi mai d' alto cader 1' argento vide, Che gli alchimisti hanno mercurio detto, E spargere e raccor tutti i suoi membri, Sentendo di costui, se ne rimembri.

Se gli spiccano il capo, Orrilo scende, 71 Nè cessa brancolar fin che lo trovi ;

Ed or pel crine ed or pel naso il prende, Lo salda al collo, e non so con che chiovi : Pigliai talor Grifone, e '1 braccio stende, Nel fiume il getta, e non par eh'anco giovi;

Chè nuota Orrilo al fondo come un pesce, E col suo capo salvo alla ripa esce.

Due belle donne onestamente ornate 72 L' una vestita a bianco e 1' altra a nero,

Che della pugna causa erano state, Stavano a riguardar L' assalto fiero.

Queste eran quelle due benigne fate Ch' avean nutriti i figli d'Oliviero, Poi che li trasson teneri zitelli Dai curvi artigli di duo grandi augelli;

Che rapiti gli avevano a Gismonda, 73 E portati lontan dal suo paese.

Ma non bisogna in ciò eh' io mi diffonda, Ch' a tutto il mondo è l'istoria palese, Ben che l'autor nel padre si confonda, Ch' un per un altro (io non so come) prese.

Or la battaglia i duo gioveni fanno, Chè le due donne ambi pregati n' hanno.

Era in quel clima già sparito il giorno, 74 All' isole ancor alto di Fortuna :

L' ombre avean tolto ogni vedere attorno Sotto l'incerta e mal compresa luna ; Quando alla rócca Orril foce ritorno, Poi eh' alla bianca e alla sorella bruna Piacque di differir 1' aspra battaglia Fin che'l sol novo all'orizzonte saglia.

Astolfo, che Grifone ed Aquilante 75 Ed all'insegne e più al ferir gagliardo,

Riconosciuto avea gran pezzo innante, Lor non fu altero a salutar nè tardo.

Essi vedendo che quel che '1 gigante Traea legato, era il baron dal Pardo, (Chè così in corte era quel duca detto) - Raccolser lui con non minore affetto.

Le donne a riposare i cavalieri 76 Menarò a un lor palagio indi vicino.

Donzelle incontra vennero e scudieri Con torchi accesi, a mezzo del cammino.

Diero a chi n' ebbe cura i lor destrieri ; Trassonsi l'arme ; e dentro un bel giardino

Trovar eh' apparecchiata era la cena Ad una fonte limpida ed amena.

Fan legare il gigante alla verdura 77 Con un' altra catena molto grossa

Ad una quercia di molt' anni dura, Che non si romperà per una scossa ; E da dieci sergenti averne cura, Chè la notte discior non se ne possa, Ed assalirli e forse far lor danno, Mentre sicuri e senza guardia stanno.

All' abbondante e sontuosa mensa, 78 Dove il manco piacer fur le vivande,

Del ragionar gran parte si dispensa Sopra d'Orrilo e del miracol grande, Che quasi pare un sogno a chi vi pensa, Ch'or capo, or braccio a terra se gli mande, Ed egli lo raccolga e lo raggiugna,

E più feroce ognor torni alla pugna.

Astolfo nel suo libro avea già Ietto, 79 Quel eh' agi' incanti riparare insegna,

Ch' ad Orril non trarrà l'alma del petto Fin eh' un crine fatai nel capo legna ; Ma se lo svelle 0 tronca, fia costretto Che, suo mal grado, fuor 1' alma ne vegna.

Questo ne dice il libro: ma non come Conosca il crine in così folte chiome.

Non men della vittoria si godea, 8 0 Che se n'avesse Astolfo già la palma;

Come chi speme in pochi colpi avea Svellere il crine al necromante e 1' alma.

Però di quella impresa promettea Tor su gli omeri suoi tutta la salma : Orril farà morir, quando non spiaccia Ai duo fratei eh' egli la pugna faccia.

Ma quei gli danno volentier l'impresa, 81 Certi che debbia affaticarsi in vano.

Era già l'altra aurora in cielo ascesa, Quando calò dai muri Orrilo al piano.

Tra il duca e lui fu la battaglia accesa;

La mazza 1' un, 1' altro ha la spada in mano.

Di mille attende Astolfo un colpo trarne, Che lo spirto gli sciolga dalla carne.

Or cader gli fa il pugno con la mazza, 82 Or F uno or 1' altro braccio con la mano ;

Quando taglia a traverso la corazza, ' E quando il va troncando a brano a brano :

Ma ricogliendo sempre della piazza Va le sue membra Orrilo, e si fa sano.

S'in cento pezzi ben l'avesse fatto, Redintegrarsi '1 vedea Astolfo a un tratto.

Al fin di mille colpi un gli ne colse 83 Sopra le spalle ai termini del mento :

La testa e 1' elmo dal capo gli tolse, Nè fu d' Orrilo a dismontar più lento.

La sanguinosa chioma in man s' avvolse ; E risalse a cavallo in un momento ; E la portò correndo incontra '1 Nilo, Che riaver non la potesse Orrilo.

Quel sciocco, che del fatto non s' accorse, 8 4 Per la polve cercando iva la testa ;

Ma come intese il corridor via torse, Portare il capo suo per la foresta,

(7)

ORLANDO FURIOSO.

Immantinente al sno destrier ricorse, Sopra vi sale e di seguir non resta.

Volea gridare : Aspetta, volta, volta : Ma gli avea il duca già la bocca tolta.

Pur, chà non gli ha tolto anco le calcagna, 8 5 Si riconforta, e segue a tutta brìglia.

Dietro il lascia gran spazio di campagna Qnel Rabican che corre a maraviglia.

Astolfo intanto per la cuticagna Va dalla naca fin sopra le ciglia Cercando in fretta, se T crine fatale Conoscer può, eh1 Orril tiene immortale.

Fra tanti e innumerabili capelli, 8 6 Un più dell' altro non si stende o torce:

Quaì dunque Astolfo sceglierà di quelli ' Che per dar morte al rio ladron raccorce?

Meglio è, disse, che tutti io tagli o svelli : Nè si trovando aver rasoi nè force, Ricorse immantinente alla sna spada, Che taglia sì, che si può dir che rada.

E tenendo qnel capo per lo naso, 87 Dietro e dinanzi lo dischioma tutto.

Trovò fra gli altri quel fatale a caso : Si fece il viso allor pallido e brutto, Travolse gli occhi, e dimostrò all' occaso Per manifesti segni esser condutto ; E '1 basto che seguia troncato al collo, Di sella cadde, e diè l'ultimo crollo.

Astolfo, ove le donne e i cavalieri, 88 Lasciato avea, tornò col capo in mano,

Che tutti avea di morte i segni veri, E mostrò il tronco ove giacea lontano.

Non so ben se Io vider volentieri, Ancor che gli mostrasser viso umano;

Chè la intercetta lor vittoria forse D'invidia ai duo germani il petto morse.

Nè che tal fin quella battaglia avesse, 89 Credo più fosse alle due donne grato.

Queste, perchè più in luogo si traesse De' duo fratelli il doloroso fato,

Ch' in Francia par eh' in breve esser dovesse, Con loro Orrilo avean quivi azzuffato,

Con speme di tenerli tanto a bada,

Che la trista influenzia se ne vada. >

Tosto che '1 castellan di Damiata 90 Certificossi eh' era morto Orrilo,

La colomba lasciò eh' avea legata Sotto. 1' ala la lettera col filo.

Quella andò al Cairo; et indi fu lasciata Un' altra altrove, come quivi è stilo : Sì che in pochissim'~ore andò 1' avviso Per tutto Egitto, eh' era Orrilo ucciso.

II duca, come al fin trasse l'impresa, 91 Confortò molto i nobili garzoni,

Ben che da sè v' avean la voglia intesa, Nè bisognavan stimoli nè sproni,

Che per difender della Santa Chiesa E del romano imperio le ragioni, . Lasciasser le battaglie d' oriente,

E cercassino onor nella lor gente.

Cesi Grifone ed Aquilante tolse 92 Ciascuno dalla sna donna licenzia;

Le qnali, ancor che lor n' increbbe e dolse, Non vi seppon però far resistenzia.

Con essi Astolfo a man destra si volse ; Chè si deliberar far riverenzia

Ai santi lnoghi ove Dio in carne visse, Prima che verso Francia si venisse.

Potuto avrian pigliar la via mancina, 9 3 Ch' era più dilettevole e più piana,

E mai non si scostar dalla marina;

Ma per la destra andaro orrida e strana, Perchè 1' alta città di Palestina

Per qnesta sei giornate è men lontana.

Acqua si trova ed erba in qnesta via : Di tutti gli altri ben v' è carestia.

Sì che prima eh' entrassero in viaggio, 9 4 Ciò che lor bisognò fecion raccorre ;

E carcar sul gigante il carriaggio, Ch' avria portato in collo anco una torre.

Al finir del cammino aspro e selvaggio, Dall' alto monte alla lor vista occorre La santa terra, ove il snperno Amore Lavò col proprio sangue il nostro errore.

Trovano in su 1' entrar della cittade 9 5 Un giovane gentil, lor conoscente,

Sansonetto da Mecca, oltre 1' etade (Ch' era nel primo fior) molto prudente ; D' alta cavalleria, d' alta bontade Famoso, e riverito fra la gente.

Orlando lo converse a nostra fede, E di sua man battesmo anco gli diede.

Quivi Io trovan che disegua a fronte 9 6 Del calife d' Egitto nna fortezza ;

E circondar vuole il Calvario monte Di muro di duo miglia di lunghezza.

Da lui raccolti fur con quella fronte Che può d'interno amor dar più chiarezza, E dentro accompagnati, e con grand' agio

Fatti alloggiar nel suo real palagio. . Avea in governo egli la terra ; e in vece 9 7

Di Carlo vi reggea l'imperio giusto- li duca Astolfo a costui dono fece Di quel sì grande e smisurato busto, Ch' a portar pesi gli varrà per diece Bestie da soma : tanto era robusto.

Diegli Astolfo il gigante, e diegli appresso La rete ch'in sua forza l'avea messo.

Sansonetto all' incontro al duca diede 9 8 Per la spada una cinta ricca e bella ;

E diede spron per 1' uno e 1' altro piede, Che d' oro avean la fibbia e la girella, Ch' esser del cavalier stati si crede, Che liberò dal drago la donzella : Al Zaffo avuti con molt' altro arnese Sansonetto gli avea, quando Io prese.

Porgati di lor colpe a un monasterio 9 9 Che dava di sè odor di buoni esempi,

Della passion di Cristo ogni misterio ' Contemplando n' andar per tutti i tempi,

Ch' or con eterno obbrobrio e vituperio Agli Cristiani usurpano i Mori empi.

L' Europa è in arme, e di far guerra agogna In ogni parte, fuor eh' ove. bisogna.

(8)

CANTO DECIMO QUINTO. 305·- Mentre avean quivi 1' animo divoto, 1 0 0

A perdonanze e a cerimonie intenti, Un peregrio di Grecia, a Grifon noto, Novelle gli arrecò gravi e pungenti, Dal suo primo disegno e lungo voto Troppo diverse e troppo differenti-;

E quelle il petto gì' infiammaron tanto, Che gli scacciar 1' orazi'on da canto.

Amava il cavalier, per sua sciagura, 1 0 1 Una donna eh' avea nome Orrigille.

Di più bel volto e di miglior statnra Non se ne sceglierebbe una fra mille : Ma disleale e di sì rea natura, Che potresti cercar cittadi e ville, La terra ferma e l ' i s o l e del mare Nè credo c h ' u n a le trovassi pare.

Nella città di Costantin lasciata 1 0 2 Grave 1' avea di febbre acuta e fiera.

Or quando rivederla alla tornata Più che mai bella, e di goderla spera, Ode il meschin, eh' in Antiochia andata Dietro un suo nuovo amante ella se n' era, Non le parendo ormai di più patire Ch'abbia in sì fresca età sola a dormire.

Da indi in qua c h ' e b b e la trista nova, 1 0 3 Sospirava Grifon notte e dì sempre.

Ogni piacer eh' agli altri aggrada e giova, Par eh' a costui più 1' animo distempre : Pensilo ognun, nelli cui danni prova Amor, se li suoi strali han buone tempre.

Ed era grave sopra ogni martire,

Che '1 mal eh' avea si vergognava a dire.

Questo, perchè mille fiate innante 1 0 4 Già ripreso 1' avea di quello amore,

Di lui più saggio, il fratello Aquilante, E cercato colei trargli del c o r ; Colei eh' al suo giudizio era di quante Femmine rie si trovin, la peggiore.

Grifon 1'escusa, se 'I fratel la danna:

E le più volte il parer proprio inganna.

Però fece pensier, senza parlarne 1 0 5 Con Aquilante, girsene soletto

Sin dentro d' Antiochia, e quindi trarne Colei che tratto il cor gli avea del petto ; Trovar colui che gli 1' ha tolta, e farne Vendetta tal, che ne sia sempre detto.

Dirò, come ad effetto il pensier messe, Neil' altro Canto, e ciò che ne successe.

DICHIARAZIONI AL CANTO DECIMOQUINTO.

St. B, v. 1-4. — Ritocca il poeta le vittorie riportate dagli Estensi sai Veneti. Vedi Dichiaraz. al Canto III, St.

52, V. 7 e Canto XIV, St. 2. — Il Leone fu lo stemma della Repubblica di Venezia. — Francolino, luogo sul Po,

intorno a 40 miglia da Ferrara. · St. 4, v. 6. — Manuca, consuma, mangia, divora ; e qui

metaf. distrugge; verbo levato dal latino manduco.

St. 5, ». 5. — Valle inferno, così chiama il fosso della città, dal fuoco che vi consumava i pagani.

St. 7, ». 2. — Isole beate, altrimenti isole fortunate fu- rono dagli antichi chiamate le Isole Canarie, a ponente dell'Africa. Vedi Dieh. al C. XIV, St. 22.

St. 8, ». 5. — Il Danese Uggiero : cosi chiamato o dall'aver conquistata la Danimarca, o, dice il Bolza, dall' antico suo nome Oger V Ardennois, Uggero dalle Ardenne, fognato della pronuncia di que' tempi in Oger le Danois. Nacque egli di Gualdefriano re di Getulia, ed ebbe in moglie Er- mellina figliuola di Namo duca di Baviera. E di queste nozze, tra gli altri figliuoli, rampollò Dudone.

St. 10, ». 2. — Avventuroso ecc., che si mette alla ven- tura, arrischiato.

St. 12, ». 2-4. — Gli Sciti: non credo che voglia in- dicare i molti popoli, che così chiamansi al di qua, e al di là dell' Imao al Nord dell' India, poiché non potevano aver terre sul mare indico, cui Astolfo passando radesse. Penso invece eh' e'voglia indicare gl'Indosciti che dal Monte Pa- rapaniso giù stendeansi lungo il fiume Indo, colle lor na- vigazioni sino all'Oceano. — Gl'indi eran propriamente que' popoli che dal Tauro s'allargavano e stendevano a tutte le coste del mare dell' India. Pe' regni Nabatei, inten- di i Seri o Siri orientali al di là del Gange, abitanti il paese detto ora Cochinchina, o quello di Siam (Vedi Dich.

al C. I, St. 55) ; vuol dunque Alcina che Astolfo non si metta, per avanzar cammino, nel mar boreale, pieno di pericoli, e turbato sempre da inìqui venti, ma pigli la volta lunga, radendo tutte le ultime parti di Levante intorno alle penisole di quà e di là del Gange, dal levante estivo all' iemale, per navigare in Inghilterra. — E torni poi per con lunga strada A ritrovare i Persi e gli Eritrei, cioè i

Persiani e gli abitanti nelle vicinanze del Mar Rosso, detto con greco vocabolo Eritreo. .

St. 16, ». 4. — Dell' odorifera India ecc., così detta da- gli aromi, che vi si hanno in copia. Cosi Silio Italico, lib.

17, Bell. Pun.: Qualis odoratis descendens liber ab Indie.

E il Bembo con novità di espressione: Ni l'odorato e lu- cido Oriente.

Ivi, ». 5-8. — Mille Isole sparse: sommano i Geo- grafi queste isole a 12700 tra abitate e deserte. Il numero finito mille sta qui dunque per l'indefinito. Tra esse vuol essere ricordato specialmente l'Arcipelago delle Lakedive e quello delle Maldive. — La terra di Tommaso : Cala- mina, altrimenti detta Meliapur, nell' India, e di preciso nella provincia di Moutar, verso la costa di Coromandel sul golfo del Bengale, circa 200 miglia a settentrione del- l' isola di Ceylan. Si racconta che 1' apostolo S. Tommaso abbia quivi predicato la fede e soffertovi il martirio.

St. 17, ». 1-7. — li aurea Chersoneso: è nome che gli antichi davano per la sua fertilità e ricchezza alla peni- sola di Malacca nell' India al di là del Gange, compren- dendovi, a quel che pare, anche la parte meridionale del regno di Sciam. — Taprobane, oggi isola di Ceylan, pres- so l'estremità meridionale dell' India al di qua del Gange.

— Cori o Cory : il capo Comorin che chiude a ponente il golfo del Bengala. — Il mar che fra i duo liti s' ange, è là dove il golfo di Manaar più si stringe, formando lo stretto di Pali tra l'isola di Ceylan e la costa di Coroman- del. — Cachino, ora Kotchin, città marittima nelMalabar, già capitale dell'antico regno d'egual nome.

St. 21, ». 1-8. — Novi Argonauti e novi Tifi. I Greci, che rispetto a' Tirreni ed a' Fenici si diedero tardi a lon- tane navigazioni, credettero che gli Argonauti comandati da Giasone e condotti da Tifi lor pilota, fossero stati i primi scopritori del mondo. Cosi Virg. Egl. IV, 84: Alter erìt tum Tiphys, et altera quae vehat Argo Deleclos heroas.

Anche l'Ariosto dunque poeticamente citandoli a primi na- vigatori fra gli antichi, usa de' loro nomi per alludere ai due più celebri navigatori italiani Cristoforo Colombo e Amerigo Vespucei, e -particolarmente a Vasco di Gama, ohe

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nel 1498 scoperse il capo di Buona Speranza, situato sotto il tropico del Capricorno, dal qnale dopo il solstizio d'in- verno, sembra il solo dar volta ver3o il tropico del Can- cro a lui opposto.

St. 22, ». 1-4. — Segue a dire del capo di Buona Spe- ranza, e degli altri luoghi, a cui s' allungò ne' suoi viaggi quell' ardito navigatore. Fa parer dui mar diversi : quel capo spingendosi nel vastissimo pelago, è come confine tra V oceano Atlantico e il mare delle Indie.

Ivi, v. 5-8. — Le destre e le mancine Site ecc. Lo stretto di Gibilterra o le Colonne d'Ercole. — E del sóle imitando il cammin tondo ecc. Seguendo il cammin del sole, cioè sal- pando ver30 ponente. Qui sono accennati i viaggi di Cri- stoforo Colombo, che nel 1492 scoprì l'America, e di A- merigo Vespucci, che nel 1497, partito da Cadice e uscito dello stretto di Gibilterra, navigò pure a ponente fino a toccare il continente Americano. I Portoghesi invece, un anno poi, si dirizzarono verso Oriente volteggiando l'Africa.

St. 24, v. 3-4. — La sesta E la settima età. Compiuti erano in punto sette secoli, e cominciato l'ottavo da'tempi di Carlo'Magno a quelli di Carlo V.

St. 25, v. 1-3. — Del sangue d' Austria. Carlo V nac- que il 24 febbraio 1500 in Gand. Suo padre fu Filippo re di Spagna, e già duca di Borgogna, figliuolo dell'im-

•perator Massimiliano di Casa d'Austria. Madre gli fu Gio- vanna, nata de' re Cattolici d'Aragona. — Nascer sul Reno ecc. Gand, città della Fiandra, sorge al confluente del Lys con la schelda, e, benché alla sinistra del Reno, dista da esso ben 30 leghe. L'Ariosto tagliò dunque assai largo di- cendo che Carlo V nacque su questo fiume.

St. 26, v. 4. — Ch' ebbe Augusto, Traian, Marco e Se- vero: antichi imperatori di Roma.

Ivi, v. 6. — Che mai nè al sol ni all' anno apre il sentiero. Stendendosi l'impero di Cario V a' due emisferi, il sole non vi tramontava giammai, nè le stagioni dell'an- no mutavano. E imitazione di Virgilio liei VI dell'in., v. 106, e seg.: Jacet extra sydera tellus, Extra anni solisque vias, ubi caelifer Atlas Axem humero torquet stellis arden- . tibus aptum. '

Ivi, v. 8. — Questo verso è tradotto dal Vangelo : Fiat unum ovile et unus Paslor.

St. 27, v. 5-8. — Emando Cortese: Ferdinando Cortez, figliuolo di un povero cittadino da Medelino, terra sulla Guadiana, datosi al mare, vinse in fama i più gran Si- gnori di Spagna. Primo dopo il gran generale, con stu- penda navigazione afferrò al Messico, o conquistò alla Spa- gna la maggior parte de' possedimenti oltremarini, ohe, trovato il Nuovo Mondo, fecero grande quel regno.

St. 28, v. 1-8. — Prospero Colonna, cugino di Fabrizio . mentovato nel canto precedente, uno de' più famosi capi- tani che avesse l'Italia nel secolo XVI ; tenne le parti di Francia quando Carlo Vili discese al conquisto del reame di Napoli, ma poi pacificatosi cogli Aragonesi e fatto grande di Spagna, durò tutta la vita a combattere le armi Fran- cesi. La sua celebre vittoria della Bicocca, e 1' aver fatto a Bonivet levar 1' assedio da Milano, sono ultime e delle maggiori sue glorie militari. Mori nell'anno 1523. — Fer- dinando d'Avalos marchese di Pescara, venne in grido di uno de' più valenti capitani di Carlo V. Ebbe a moglie Vittoria Colonna, celebre poetessa, ' nella qnale non seppe- ro i contemporanei se fossero più mirabili le grazie del bellissimo volto e della persona, o l'alto ingegno e il cuo- re. Egli fu con Prospero Colonna gran parte della vittoria della Bicocca, di quella di Pavia e del riacquisto di Mi- lano. Mori nel novembre del 1525, traditore del duca Francesco Sforza e del Morone cancelliere di costui, coi quali aveva congiurato di liberar l'Italia, pattuendo per sè il regno di Napoli. - — Un giovene del Vasto : Alfonso d'A- valos marchese del Vasto, nato a Napoli nel 1502, comin- ciò a militare all' assedio di Pavia, e successe allo zio Fer- dinando nel comando dell' armi di Carlo V. Fu braccio valentissimo dell'Austria nel 1532 contro Solimano; fatto governatore di Milano, forzò il Barbarossa (Khayr-Eddyn) dey d'Algeri, grande ammiraglio del Turco, e il duca d'En- ghien, nel 1543, a togliere l'assedio da Nizza; ma il du- ca, che disputava pel re di Francia il possesso del Ducato di Milano a Carlo V, lo ruppe poi a Cerisela. Non ne perdette

tuttavia Milano, dove, secondando la natura sua orgoglio- sa, doppia, crudele, bruttò il governo imperiale di rapine, di sangue e di libidini. Mori nel 1546 non meno esecrato dello zio.

St. 29, v. 5. — L'imperator l'esercito gli erede, gli af- fida, come al Canio XIII, St 27. Così il Tasso, Gerus., XVIII, 141: E questi al cui valor me stesso io eredo; e XIX, 57:

Ed al tuo senno me medesmo io eredo.

St. 30, v. 3-4. — Il mar eh' in mezzo serra. 11 Medi- terraneo che divide 1' Europa dall' Africa.

St. 31, v. 1. — Non fu Pompeio a par di costui degno.

Pompeo Magno ebbe impresa dal Senato, e la compì in 40 giorni, di liberare i mari dai corsali, che avevano tolte a Roma meglio di 400 terre. 11 Doria ebbe la stessa gloria, tuttoché le forze, ch'egli comandava, non si potessero e- guagliare a quelle di Roma.

Ivi, v. 5-8. — Andrea Doria, fu ristauratore della li- bertà di Genova nella seconda metà del secolo XVI. Ve- duto che la patria era per cadere serva a Francesco I, si partì dalle insegne di Francia, e venne a trattato coli'im- peratore Carlo V, ch'egli aveva sconfitto più volte in terra e in mare, pattuendone la restituzione della libertà di Geno- va. Onde il 12 settembre 1528 a capo delle sue navi si appresentò a quella città: aiutato dal popolo forzò alla resa Teodoro Trivulzio, che vi governava pei Francesi, e con ma- gnanimità antica ricusò poi la signoria della città offertagli dall imperatore, e la dignità di doge perpetuo, a cui lo chiamava nel più vivo entusiasmo della gratitudine quel popolo. Il senato tuttavia gli decretò i titoli di padre e liberatore della patria. E di vero amava egli tanto la sua città, che nella congiura mossagli contro da' Fieschi, a be- ne di essa si lasciò correre ad atti troppo crudeli e inde- gni del nome suo. Fattosi grande per altre imprese, non ebbe pure dopo tante azioni di gloria il tedio di una vec- chiaia lenta e -inferma, conciossiachè chiuse la grave sua vita di 85 anni, colla rotta de' Francesi, che avevano oc- cupata la Corsica; fatto splendidissimo e di vera gloria gio- vanile. — Da Colpe al Nilo, dallo stretto di Gibilterra, dove sono i promontorii di Abila e Calpe, fino all'Egitto; che è a dire, per tutto il Mediterraneo.

St. 32, v. 1-4. — L'imperator Carlo V aspettato a Bo- logna per esservi incoronato dell'imperio da papa Clemente sciolse da Barcellona alla volta d'Italia, sopra le galee del Doria, il quale, come si disse, avendo già vendicata in libertà dai Francesi la patria, aperse a Carlo per mezzo di Genova la porta d'Italia.

St. 33, v. 4-6. — Ben qui il poeta contrappone al Do- ria Giulio Cesare, Ottaviano e Antonio, che del loro va- lore nell' armi si valsero a far serva la patria. A lumeg- giare un dipinto sono indispensabili le ombre.

St. 34, v. 5-8. — Carlo V donò al Doria la Signoria di Melfi città vescovile di Basilicata nella Puglia. Vedi la Vita del Doria scritta da Filippo Cappellani, Venezia 1565 in quarto.

St. 37, v. 4. — Il golfo Persico parte del mare arabi- co tra la Persia e 1' Arabia vuoisi che in tempi remotissi- mi cosi si chiamasse dalla patria de' magi, o sapienti, che tennero la signoria di tutta la Persia, nominata da loro Sophorum regnum. E precisamente nel seno Persico è un porto, che da quella setta di filosofi fu detto Porto dei Maghi.

St. 39, v. 5-8. — L'onda trovò ecc., il Mar Rosso. Per Terra degli eroi intende forse la terra di Jesse nella Pa- lestina, dove nel Medio Evo si riversò il meglio d' Euro- pa a farvi prodigi di valore.

St. 40, v. 1-8. — Il fiume Traiano. E un fiume che movendo di verso il golfo mette capo nel Nilo. Esso si trova per tal nome indicato in una Mappa Olandese del 1629. Quell'imperatore forse l'incanalò, o, visitandolo, gli diede il proprio nome. Altri intendono una fossa che Traia- no fece tirare dal Nilo al Mar Rosso. — Passa e. vento e fol- gore ecc. Il Petrarca, Son. 292 : O di veloci più che vento o strali. E Virgilio, Aen., V, v. 318 : Nisus Emicat, etventis et fulminis ocyor alis.

Ivi, v. 3. — Valca, valica, passa. E iperbole tolta da Stazio, Teb., VI : Raraque non fracto vestigia polvere pen- dent, e simile a quella di Virgilio, Aen., VII, v. 808 e seg.

in lode di Camilla : Illa vel intactae segetis per summa

(10)

113 volarti Gramina, nte tenerat curiu lacsilicl arittat : Vel

mare per medium fluctu euspenta tumenti Ferret iter, cele- rei nec tingerei aequore plantas.

St. 48, v. 8. — Sperando più nel tuon.· dal corno in- cantato.

St. 49, v. 3-8. — Questa casa di Caligorante è dessa marnata la spelonca di Caco dipinta da Virgilio, Aen., Vili, v. 193, con picciolissima varietà. Vedi nel! Argonautiea di Valerio Fiacco, al lib. IV, ia descrizione di ima consimile spelonca.

St. SS, v. 1-8. — Vulcano, Dio zoppo, brutto, e sop- prappiù geloso, avvertilo dal Sole delle tresche di Venere sua moglie con Marte, stese una sottilissima rete di fil di ferro nel luogo, dove gli adulteri si davan la posta, e per certe molle fattala saltare improvviso, li acchiappò sul fatto.

Alle grida del marito vilipeso accorsero gli altri Dei, che gioirono lo spettacolo di quelle due Divinità abbracciate, e sbellicaronsi delle risa. Venere poi, a vendicarsi dello spione, fece un assai brutto tiro al Sole, come vedremo al Canto XXV, St. 36.

St. 57, v. 2-8. Cloride, o, secondo la dissero i La- tin!, Flora, prima si diede a Zefiro, onde fu Dea preposta ai fiori, poi al Dio Mercurio.

St. 58, v. 1-3. — Il gran fiume Etiopo: il Nilo, le cui sorgenti, ancora ignote, si vogliono tra i monti della luna, in Etiopia o Nigrizia. — Canopo, oggi Abukir, ove in an- tico venne in gran fama il tempio d'Anubi, e innanzi alla quale nel 1798 fu dagli Inglesi disfatta l'armata di Francia.

St. 60, v. 4 — Per ville, per cittadi e per castella. E il Petr., Cane., XXXIV, St. 6 : Per oro, per cittadi e per castella.

St. 61, v. 7-8. — Memfi, fu città reale d'Egitto gran- dissima e ricchissima, presso le Piramidi, colossali monu- menti, che vincono ogni immaginazione, fatti innalzare ad un popolo di schiavi dalla prepotenza de' re antichi, che non sapevano come meglio raccomandare il loro nome a' posteri.

St. 64, v. 2. — Indica i mammalucchi, schiavi cristiani o nati da cristiani, ordinati in milizia, dal numero de' quali sceglievasi. il Soldano.

St. 66, ti. 4. — Damiata o Dlmoyat (Tamiatis) è città nell' Egitto, a 60 miglia da Alessandria. Non la si con- fonda coli' antica Damiata sul Mediterraneo, a' tempi delle Crociate, distrutta dagli Egiziani nel 1250.

St. 68, v. 3-8. — Descrive il coccodrillo, animale anfi- bio, in forma di gran lucertone, e di voracità formidabile.

Abbonda lungo il corso del Nilo ; divora gli uomini, e nel digerirli manda tal gemito, o voce, che somiglia a pianto.

Di qui il proverbio : Lagrime di coccodrillo, che uccide l'uo- mo e poi lo piange.

Ivi, v. 8. — Naute, nocchieri, voce tutta latina.

St. 73, v. 3-6. — Se andiamo colla genealogia degli e- roi de' romanzi, dataci dal Ferrarlo, l'Ariosto qui piglia ab- baglio facendo Gismonda moglie d'Oliviero di Vienna, quando invece sarebbe stata consorte di Ricciardetto fra- tello di Rinaldo. Oliviero poi nell' albero del Ferrarlo, si dà fratello di Alda o Belanda moglie di Orlando. Vedi Giulio Ferrario, Storia ed analisi degli antichi romanzi ecc.

Milano, nella Tip. dell' autore 1827, voi. 4, in 8.

St. 74, v. 2-4. — All'isole. .. di Fortuna. All'isole For- tunate, alle Canarie. Vedi Dich. al Canto XIV, St. 22. — Incerta e mal compresa luna: non se ne poteva perla neb- bia avere limpido l'aspetto. È imitazione di Virgilio: Quale per inceriam lunam, sub luce maligna Est iter in sylvis, ubi coelum condidit umbra.

St. 79, v. 3-6. — L'invenzione di questo crine fatale in Orrilo fu levata da' Greci, perciocché, presso Euripide, Alceste, che volea dar la vita pel marito infermo, viene a morte per il capello tagliatole da Mercurio : Minosse sconfisse gli Ateniesi per opera di Scilla, figliuola di Niso, re d'Atene, la quale troncò al padre il capello sacro, da cui dipendevano le sorti di quella città : e presso Virgilio Didone, tuttoché trafitta, non sarebbe venuta a capo del suo efferato proposito di morire, se Iride, a comando de- gli Dei, non fosse discesa a liberarle lo spirito dal corpo tagliandole il magico crine.

St. 85, v. 5. — Cuticagna, collottola ; ma qni pelle cbe ricopre il cranio.

St. 86, v. 5. — Che tutti io tagli o svilii. Indarno a sopprimere questa sgrammaticatura dello svelli, tacquero alcuni editori l'io, facendovi sottintender tu: non altri- menti che in quel di Virgilio : Ah Coridon, Coridon,' quae te dementia cepit t Invenies alium si te hic fastidii Alexis, Indarno dissi, perchè anche col tu corre di suo diritto il

congiuntivo. . Ivi, v. 6. — Force, forbici. Dante, Parad., C. XVI: Lo

tempo va dintorno con le force.

St. 89, v. 1-8. — A modo d'Atlante, che con arti ma- giche teneva lontano Ruggero dall' antiveduta sua morte, anche queste fate guardavano i figliuoli di Oliviero da quella sciagurata fine che, secondo avevano letto in cielo, li aspettava in Francia.

St. 90, v. 3-4. — È antico 1' uso del trasmettere le no- tizie per mezzo delle colombe,, che di rado traviavano dal volere del loro signore. Neil' Egitto e nella ' Siria ne fu fatto, dicesi, il primo esperimento : il vecchio poeta di Teo faceva pure messaggere di amori buoni e cattivi, le colombe. Decio Bruto, uccisore di Cesare, assediato in Modena da Marco Antonio, aveva dai· repubblicani di fuori gli avvisi per una colomba. Cecina da Voltéira aveva istruite allo etesso ufficio le rondini.

St. 93, v. 5. — L' alta città di Palestina, Gerusalemme.

St. 96, v. 2. — Del calife d'Egitto. Così chiamaronsi i sovrani d'Egitto dai 704, in cui gli Egizi si ribellarono dall'imperátor greco, fino al 1160, in che certo Sarraeone, capitano del soldano di Soria, dopo aver soccorso il califfo contro l' arme cristiane, lo prese a tradimento e cacciò in prigione, facendosi chiamare soldano d'Egitto.

St 98, v. 5-8. — Del cavdlier eoe. San Giorgio, del quale si conta che liberasse la figliuola del re di Libia esposta ad esser divorata da un drago. — Zaffo, oggi Jaffa, e, non ha molto, Coppe, è città a mare delia Siria intorno a cin- quanta miglia da Gerusalemme.

St. 102, v. 1. — Nella città di Costantin. In Bisanzio, che allargata e di pianta rifatta dall'imperátor Costantino, fu poi detta Costantinopoli.

A R I O S T O , Orlando Furioso. 8 - C.

Ábra

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